mercoledì 4 maggio 2016

Chiaro, fresco, "dolce" Chianti. Da bere, con il caldo, a 16°. Sul carpaccio. E la zuppa di pesce...

Vigneti del Chianti.

Il Consorzio del Chianti ha scoperto l’acqua calda: bere il Chianti fresco. Non è una brutta invenzione, anzi è giusta, essendo rapportata al consumo estivo del rosso toscano. Ma certo non è nuova. Già lo scriveva, per esempio, Luigi Veronelli almeno 35 anni fa, quando “stabiliva” per i vini rossi di piena stoffa una temperatura leggermente superiore ai 18°, sino ai 20-22°. E per gli stessi, bevuti nei mesi caldi “uno-due gradi in meno”. Dunque, per un Chianti d’annata (non certo vino di grande stoffa), 18° normalmente, 16-17° in primavera/estate (da Bere giusto, Bur). E lo ribadiva, per esempio, in un grafico delle temperature su un’Agendina Cibi e Vini Veronelli 1987, quando abbassava tutte le temperature di servizio, abolendo i 20/22° e partendo da 18° per Barolo, Brunello, Bordeaux invecchiati e citava, fra i Chianti, il solo Classico Riserva, da gustare a 16°!
Il che, vorrebbe dire, d’estate, a 15° o 14°. Per un vino meno strutturato come il normale Chianti d’annata, secondo questo schema, si potrebbe scendere ancor di più!
Uva sangiovese, la base del Chianti
Non si tratta di una polemica, ma, se volete, di un ricordo, rispetto al fatto che sul vino, o meglio intorno al vino, ormai c’è poco da inventare. E allora? Allora non hanno però torto il presidente del Consorzio del Chianti Giovanni Busi e il suo responsabile marketing  Lorenzo Tersi a promuovere la campagna #chiantigustalofresco, in cui in sostanza si vuole avvertire i consumatori ignari del fatto che il Chianti si può bere benissimo e goderne anche ad alte temperature esterne, purché lo si beva freddino, appunto sui 16° (e io direi anche un po’ meno). Certo, non bisogna esagerare col freddo, altrimenti i tannini rischiano di sparare in bocca spiacevoli sensazioni acido-astringenti. Ma mentre un bicchiere di rosso troppo gelido, in dieci minuti di “ambiente” eleva la sua temperatura di qualche grado, un rosso “caldo”, rischia di scaldarsi ancora di più. Occorrerebbe allora metterlo in un secchiello con ghiaccio (meglio tritato) o, avendo più tempo, almeno una mezz’ora in frigo.
Alzi la mano chi d’estate a un piatto di carne o a una bella zuppa di pesce non ha cercato di accostare un vino rosso, certo non troppo strutturato e tannico,  e se l’è ritrovato in tavola a temperatura “ambiente”, cioè, magari, a 26°! O più…Pressoché imbevibile.
Allora, hanno pensato i responsabili del Consorzio, cerchiamo di prendere due piccioni con una fava: promuoviamo il consumo del Chianti “estivo”, insegnando così al consumatore meno avvertito come si fa a gustare al meglio il rosso anche con il caldo e così aumentiamo le vendite in un  periodo di calo dovuto alle alte temperature e all’abitudine, semmai, a bere bianco su tutto.
Bella mossa, verrebbe da dire. E supportata, pare, da una campagna coi fiocchi. Come hanno fatto, anzi cosa faranno? In 7 mila punti vendita delle cooperative di Conad (dal 19 al 28 maggio) e di Coop (dal 15 al 29 luglio) ci saranno hostess e punti dedicati all’informazione relativa alla temperatura ottimale del Chianti “estivo”, con la possibilità di avere in dono un braccialetto-termometro da porre a collare sulle bottiglie per misurarne la temperatura. E mettere magari cameriere, sommelier o patron al ristorante sul
chi va là, quando si chiede la bottiglia di rosso ben fresca…
Naturalmente ci saranno campagne stampa e radiofoniche, sui socialmedia, fino ai tradizionali volantini. Insomma tutto o quasi per convincere il consumatore a bere il Chianti d’annata a 16°.
Ottimo proposito. Peccato che durante la conferenza stampa di presentazione a Milano, vi fossero una serie di Chianti all’assaggio, ma che il collarino posto su di essi misurasse…22°. Qualcuno deve aver pensato che non è ancora estate e neanche primavera piena e allora…bevetevelo bello “caldo”!

I numeri del Chianti
Il Consorzio Vino Chianti Docg (www.consorziovinochianti.it) tutela i produttori delle provincie di Arezzo, Firenze, Pisa, Pistoia, Prato e Siena (cui si riferiscono eventuali sottodenominazioni).
3.600 produttori
15.500 ettari di vigneto
800.000 ettolitri di vino Chianti
100 milioni di bottiglie l’anno vendute
30 milioni in Italia, 70 milioni all’estero
Il 55% di bottiglie in Italia sono vendute nella grande distribuzione, il 45% nel resto del mercato
16 milioni di bottiglie della grande distribuzione sono vendute soprattutto nel Nord-ovest, in Lombardia, Lazio e Toscana.
Vitigni: il principale è il sangiovese (dal 70 al 100%) ma sono ammessi altri vitigni prettamente “toscani” per il restante 30%, i due cabernet e anche uve bianche (con limiti percentuali). 
Il Consorzio vuole cambiare il Disciplinare di produzione aumentando la resa per ettaro per i nuovi impianti da 90 a 110 q.li,  accrescendo però da 3mila a 4mila le piante per ettaro (norma già in atto), favorendo così, almeno nelle intenzioni, maggior quantità e qualità.

domenica 1 maggio 2016

Signora Grappa e Mister Gin

Alambicchi delle distillerie Poli (dal sito: www.poligrappa.com). Poli 1898 produce a Schiavon
di Bassano (VI), diverse grappe, distillati d'uva e vino e anche un Gin, il Marconi 46.



Un connubio italo-spagnolo caratterizza quest’anno l’Oscar per la miglior grappa. In realtà a trionfare è il Trentino (le vinacce sono di lì) e, naturalmente il produttore, Segnana. Le vinacce bianche (di chardonnay, da uve utilizzate per produrre lo spumante classico Ferrari) si mescolano a quelle rosse (della schiava), nella proporzione di 60 a 40. Segue una curatissima doppia distillazione a bagnomaria e la maturazione del distillato per cinque anni in piccole botti che hanno contenuto Sherry spagnolo. Infine la diluizione, per portare la grappa a 45°, con l’acqua naturale Surgiva. È il segreto della morbidezza e dell’intensità, nonché del ventaglio aromatico che caratterizzano la Segnana Sherry Cask, cui i lettori delle riviste e guide Bibenda (edite da Franco Maria Ricci, guida della Fondazione italiana sommelier) hanno assegnato pochi giorni fa l’Oscar 2016. Tutta la cerimonia della premiazione (che comprende i riconoscimenti anche ai migliori vini e cantine italiane) sarà trasmessa in giugno su Rai2. Prezzo 38 €. www.segnana.it.
Molto buona, ma ancor prima curiosa, anche la nuova grappa Anfora della Distilleria Marzadro, presentata all’ultimo Vinitaly. Non è altro (si fa per dire) che un’evoluzione della già nota Marzadro 43°, grappa anch’essa profondamente trentina, dato che utilizza un sapiente mix di vitigni autoctoni, i bianchi chardonnay, muller thurgau e moscato (al 20%) e i rossi teroldego, merlot e marzemino (per il restante 80%).  Distillazione in alambicco discontinuo a bagnomaria e affinamento per 12 mesi in recipienti d’acciaio. L’Anfora è fatta con le medesime vinacce, distillata nello stesso modo e portata anch’essa a 43°, ma viene affinata per 10 mesi nella terracotta, in recipienti da 300 litri. Non è stato semplice stabilire di che pasta dovessero essere fatte le anfore: tecnici del settore e mastro distillatore di Marzadro hanno dovuto collaborare e sperimentare a lungo per azzeccare l’impasto di argilla e la cottura dei recipienti. Ma hanno ottenuto un eccellente risultato, con una microossigenazione doppia rispetto a quella delle botti di legno, e senza sentori di quel materiale. Il risultato è di smorzare una certa aggressività della 43° in acciaio, di donare più eleganza e morbidezza alla nuova Anfora. Prezzo: 20 €. www.marzadro.it.

“L’infido liquor” - come lo chiamava Giosuè Carducci -, inventato dagli olandesi, portato al successo dagli inglesi, caduto in disuso nel penultimo ventennio, poi di nuovo in auge negli ultimi anni, non è più patrimonio dei soli anglosassoni. Certo, il Gin è tornato al successo con la produzione di nuovi distillati, più ricchi di aromi e meglio preparati, a cominciare dal 2001, con l’uscita sul mercato dell’Hendrick’s. E da allora, piano piano ma inesorabilmente, il Gin è tornato di moda, con nuove produzioni e con l’apertura anche in Italia di locali dedicati, come The Botanical club e GinO12 di Milano o il Gin Corner dell’Hotel Adriano di Roma. E si è alzato di prezzo, almeno nella neonata fascia Premium. La bella notizia è che, non essendoci una Denominazione per cui si possa produrre in una sola nazione, lo si fa anche fuori dall’Inghilterra, non più come surrogato di basso prezzo, ma come distillato di qualità. Anche in Italia. E persino nella lontana (almeno linguisticamente) Finlandia. Ecco due esempi di gran classe.
Il Fred Jerbis è stato creato da Federico Cremasco, barman dell’Hemingway cocktail bar di Polcenigo (Pordenone), nel 2015. Fred è il diminutivo anglofono di Federico e Jerbis…indica la erbe, in friulano. Titola 43° e vanta altrettanti ingredienti botanici fra i suoi aromatizzanti. Oltre al ginepro, angelica e agrumi vari, timo e pino mugo, liquirizia e aneto, finocchio e assenzio… 43, appunto, in tutto. Il colore non è bianco ma vira sul giallo paglierino per la presenza di zafferano e fiori d’arancio. Il profumo di ginepro è netto, ma si riconoscono anche la violetta e gli agrumi con un finale lievemente mentolato, supportato dai sentori di coriandolo. Sorprendente in bocca, alterna secchezze e sentori dolci, rotondità e freschezza. Solo 3 mila bottiglie l’anno (in leggero aumento visto il successo), da 50 cl. Prezzo: 35 €. www.fredjerbis.com.

C’è tanta buona segale in Ostrobotnia, nell’Occidente della Finlandia. Ma nessuna la sfruttava a dovere, almeno in campo alcolico. Così nel 2012 cinque amici - Miika, Mikko, Miko, Jouni e Kalle - sbevazzando e chiaccherando durante una sauna, decisero che con tutto quel ben di dio si potevano realizzare degli ottimi distillati. Quali? Beh, un whisky certo, anzi un Rye whisky, di segale appunto, come se ne fanno negli Usa. E poi del Gin, mai prodotto in Finlandia. Mancava loro la distilleria; gli spazi più adatti li trovarono in un vecchio, un tempo famoso caseificio, chiuso da qualche anno. La zona è storica, nel villaggio di Napue si svolse nel Seicento una sfortunata battaglia contro i Russi. E Isokyro, sede della nuova Kyro Distillery Company, lì vicino, è perciò un luogo temprato dalle battaglie. Persone e spiriti, si dice, hanno tutti gran carattere. La produzione di distillati è ancora limitata, il Rye whisky vedrà la luce nel 2017. Ma il Gin è già un’eccellente realtà - testata per la prima volta in Italia a Milano, durante la manifestazione Be Nordic -, che contempla anche una versione invecchiata in piccole botti, chiamata Koskue. Il gin bianco si chiama Napue. Tutt’e due a base di segale, profumati con erbe, frutti e foglie della zona: olivello spinoso, mirtilli rossi, foglie di betulla, erbe dei prati. La segale conferisce al Napue una rotondità vegetale lievemente pepata, la secchezza si stempera in un bouquet di profumi di campo e foresta. Da provare anche allungato con una buona acqua tonica, un ramoscello di rosmarino e due mirtilli rossi. Prezzo: circa 32 € (bottiglia da 50 cl, 46,3°), in Finlandia (anche al duty-free di Helsinki). www.kyrodistillery.com.

sabato 23 aprile 2016

Rosso Calabria alla riscossa / Il top dei vini e le migliori cantine, dal Moscato di Saracena alle Terre di Cosenza

Vigneti a Strongoli (Crotone)


La rinascita parte dal basso. Più precisamente dalla punta dell'italico Stivale. E dunque dalla Calabria. Se ci sono nella Penisola delle produzioni enologiche sottovalutate, sono quelle calabresi. Con qualche ragione, certo. Vini con eccessi alcolici a scapito dell'eleganza, identità annacquate, confusione nelle denominazioni. Nel passato. Da qualche tempo però è in atto un nuovo risorgimento. E se una delle regioni meno fortunate d'Italia, solleva le bottiglie in alto e comincia a farsi largo nell'enologia virtuosa, allora si può ben dire che tutta l'Italia del vino si sta muovendo sempre più avanti. C'è ancora da fare per consolidare la via maestra della qualità e della leggibilità di vini e vigneti, ma la strada è segnata.

Troppo ottimisti? Chi è stato all'ultimo Vinitaly ha potuto cogliere un segnale preciso da parte della Regione, che al suo stand ufficiale intitolato Rosso Calabria ha proposto degustazioni interessantissime dei suoi vini migliori, con uno spettro che comprende bianchi, rossi, rosati (di gran tradizione) e particolari vini da dessert o meditazione, dal più noto Greco di Bianco al semisconosciuto ma eccezionale Moscato di Saracena. Quasi superfluo aggiungere che la tradizione vitivinicola è qui antichissima. La si fa risalire all’8° secolo a.C.: non a caso i Greci chiamavano Enotria questa terra, lodando la generosità delle sue uve. E però è qui e ora che la Calabria è chiamata a dimostrare la bontà delle sue produzioni. Pur nell’esiguità dei suoi numeri, lo sta facendo.
Ecco le cifre. Solo 12mila ettari di vigneto

(circa il 2% della superficie nazionale), ma un patrimonio di circa 350 vitigni autoctoni, di cui si stanno studiando sinonimie e carattere, come spiega l’enologo Gennaro Convertini, presidente della Fis. La produzione non supera i 10 milioni di bottiglie, ma il 15% va all’estero, quasi tutta in Germania. Su 400mila ettolitri medi annui, il 70% è costituito da vino rosso (rosato compreso), il 30% da bianco. Le aree produttive sono concentrate sulla costa crotonese, con il Consorzio di tutela vini Doc di Cirò e Melissa; nel Cosentino, col Consorzio di tutela vini Doc Terre di Cosenza, ma altre produzioni  interessanti si trovano pure nelle zone di Catanzaro e Reggio Calabria, per cui in totale si contano 9 Dop, o Doc (fra esse, anche Savuto e Lamezia), e 9 Igp (o Igt). I vitigni principali? Il gaglioppo, che caratterizzza la produzione del Cirò Rosso e Rosato e del Melissa Rosso. Nel Cosentino, il magliocco, che dà luogo a vini strutturati. Fra i bianchi, il greco bianco, padre del Cirò Bianco, del Bivongi, del Greco di Bianco (vino dolce eccellente, ritenuto  insieme al Moscato di Siracusa, il più antico d’Italia). A Vinitaly, il presidente della regione Mario Oliverio ha snocciolato una serie di dati che riguardano i finanziamenti specifici messi in  atto per valorizzare il comparto del vino: 4milioni e 200mila euro, ripartiti sulla promozione sui mercati terzi, la riconversione o ristrutturazione dei vigneti, e così via. E incentivi per l’immissione di almeno mille nuovi giovani imprenditori, con premi di primo insediamento fino a 50mila euro.
Insomma, la  Calabria vitivinicola si muove.  E si muove bene, sulle orme delle sue eccellenze. Ma quali sono? Per individuarle, sia pure in maniera parziale, ci siamo affidati a delle antenne sensibili sul territorio, i sommelier. Quelli dell’Ais (Associazione italiana sommelier) e della Fis (Fondazione italiana sommelier), che editano due guide dei vini italiani. Abbiamo messo a confronto  i loro voti, per scoprire i vini e le cantine di vertice. Esempi per tutti, non solo in regione, ma anche nel resto d’Italia. Nella tabella in alto i 4 vini al top, qui sotto, la classifica dei 7 migliori produttori e i criteri adottati per incrociare i voti.



Come è fatta la tabella e la classifica dei migliori produttori

Per la tabella in alto sono state utilizzate le guide dell’Ais (Associazione italiana sommelier, www.aisitalia.it) e della Fis, (Fondazione italiana sommelier, www.bibenda.it), edizioni 2016.
La prima si chiama Vitae (prezzo: 35 €), è alla seconda edizione, dopo quella del 2015 e nelle sue oltre 2000 pagine giudica i vini assegnando loro il simbolo della vite (da 1 a 4), derivato a sua volta da giudizi in centesimi: 1 vite: da 75 a 79 punti (vino discreto); 2 viti: da 80 a 84 (buono); 3 viti: da 85 a 89 (ottimo); 4 viti: almeno 90 punti (eccellente).
Bibenda è la guida della Fis, da quest’anno solo online. L’abbonamento annuale costa 19 €.
Il metodo è analogo a quello dell’Ais. Il giudizio è riassunto dal simbolo del grappolo d’uva; si parte da 2 fino a un massimo di 5. 2 grappoli: da 74 a 79 punti (vino medio e piacevole); 3 grappoli: da 80 a 84 (buono e fine); 4 grappoli: da 85 a 90 (grande e di pregio); 5 grappoli: da 91 a 100 (l’eccellenza). Come si vede i punteggi sono assolutamente analoghi, visto che i simboli per l’Ais vanno da un minimo di 1 a un massimo di 4, mentre per la Fis, da 2 a 5.
Per ottenere la tabella dei migliori vini abbiamo dunque incrociato o meglio sommato i voti delle bottiglie di vertice presenti in ambedue le guide. Il risultato della tabella più sopra contempla quindi i vini che hanno ottenuto il punteggio di 8. Nessuno ha conseguito il massimo, 9. Il voto 8 nei casi di Ippolito 1845, Librandi e Cantine Viola è il risultato di un 5 (Fis) +3 (Ais). Nella fattispecie di Serracavallo, di un 4+4.
Qui segnaliamo ancora le aziende vinicole che hanno ottenuto almeno 6 punti (risultato della somma dei giudizi delle due guide), per più di un vino. La classifica è quindi formata sommando i voti delle due guide su ogni vino di un’azienda, e poi sommando fra di loro il voto dei vini. Chiaro che chi ha più bottiglie ben votate dalle due guide ha più punti ed è al vertice. Da notare che la Fattoria San Francesco è stata acquisita da pochi anni dalla famiglia Iuzzolini.
Ma ecco I Magnifici Sette.

1° Librandi, Cirò Marina (Kr), www.librandi.it: 28 punti con 4 vini
2° Ippolito 1845, Cirò Marina (Kr), www.ippolito1845.it: 22 punti con 3 vini
3° Statti, Lamezia Terme (CZ), www.statti.com: 20 punti con 3 vini
4° Tenuta Iuzzolini, Cirò Marina (Kr), www.tenutaiuzzolini.it: 19 punti con 3 vini
5° Serracavallo, Bisignano (CS), www.viniserracavallo.com15 punti con 2 vini
6° Feudo dei Sanseverino, Saracena (CS), www.feudodeisanseverino.it: 13 punti con 2 vini
7° Fattoria San Francesco, Cirò (Kr), www.tenutaiuzzolini.it: 12 punti con 2 vini



sabato 9 aprile 2016

Chianti, Brunello o Vino Nobile? Tre piccoli produttori di gran classe, da scoprire anche al Vinitaly

Toscana, paesaggio del Chianti
Nel mare magnum del Vinitaly incrociano arditi anche i piccoli navigli, non solo le possenti corazzate.
Chianti Classico, Montalcino, Montepulciano, rappresentano la Toscana famosa nel mondo per i suoi vini di tradizione.  Ma in queste zone ci sono grandi produttori (per fama e/o numero di bottiglie) e piccoli, magari ancora poco noti, ma di qualità sicura, che tendono spasmodicamente all’eccellenza. Senza indulgere troppo alla retorica del “piccolo è bello” o del veronelliano motto - o sbotto - : “Il peggior piccolo vignaiolo è sempre migliore del grande produttore”, ecco la vicenda e l’attualità di tre vignaioli, più e meno piccoli, ma di grandi territori, qualitativamente parlando. Uno per zona, ognuno con una storia autentica da raccontare, le sue buone, a volte anche eccellenti bottiglie, da proporre. Partendo da nord-ovest verso sud-est, dal Chianti Classico al terroir di Montepulciano.
La Sala. Francesco Rossi Ferrini già possedeva, tramite la sua famiglia, dal 1941, a San Casciano Val di Pesa (loc. Monteridolfi) Il Torriano, sede dell’omonimo agriturismo, dove si coltivano sangiovese e merlot su terreni argillosi di colore rossastro (a 250-300 m. s.l.m.), che danno luogo a vini strutturati e di colore intenso. Ma aveva messo gli occhi da tempo sulla tenuta La Sala, in loc. Sorripa, caratterizzata da pendii dolci, più bassi (da 130 a 200 m. s.l.m.) e terreni calcarei marnosi biancastri detti alberese. Finendo per acquistarla nel 2014. Anche i microclimi sono differenti, ma tutta questa diversità è benedetta. Mixandoli con sapienza, i vini in uvaggio si completano: il Torriano apporta struttura e colore, La Sala freschezza ed eleganza. Tuttavia nella considerazione di non pochi “esperti”, la zona di San Casciano viene ritenuta in qualche modo minore nella costruzione dei Chianti, perché per le sue caratteristiche difficilmente può dar luogo a vini muscolari (ipertrofici, li definisce l’enologo Stefano Di Biasi). Vini simili non li vogliono e del resto forse non li possono fare né Di Biasi né Rossi Ferrini, che hanno puntato piuttosto a prodotti identitari, di affermazione del territorio, un po’ meno strutturati quindi, puntando di più sulla tensione acida e la pulizia del fruttato.
I vini attualmente in produzione sono solo tre, per un totale di circa 22mila bottiglie, la crème: se ne fa di più, ma il resto viene venduto sfuso. Due i Chianti. Il Classico “base”, fermentato in acciaio e in parte in botti grandi: nel 2012 emergono le note della visciola, nel 2013 quelle agrumate, tutt’e due molto piacevoli e in evoluzione. Nella Riserva 2011 (1500 bottiglie, 85% sangiovese, 15%  cabernet sauvignon, con fermentazione malolattica in botte del primo, in barrique del secondo; e dopo il blend, maturazione al 50% nei due legni per 18 mesi, più 12 in bottiglia), si riconoscono ancora la visciola, lo zenzero candito, cannella, eucalipto e tannini ben amalgamati. Armonia e complessità. Molto buona.



Ciacci Piccolomini d’Aragona. La tenuta ha origini addirittura seicentesche, passa poi nel 1877 alla famiglia Ciacci, e quindi per matrimonio anche ai Piccolomini d’Aragona, nella prima metà del Novecento. Si trova vicino al borgo medievale di Castelnuovo dell’Abate e all’abbazia romanica di Sant’Antimo. Estinto il casato, la proprietà è acquistata nel 1985 da Giuseppe Bianchini, noto vignaiolo di Montalcino e, alla sua scomparsa, nel 2004, passa ai figli Paolo e Lucia. I vigneti sono nella zona sud-ovest di Montalcino, non lontano dal fiume Orcia, su terreni sassosi e galestro, a un’altitudine che varia da 240 a 360 m. A Montenero (Grosseto) c’è un’altra cantina, dove vengono vinificate le uve della Doc Montecucco Sangiovese. L’enologo è Paolo Vagaggini. A questo punto occorre dire che i vini di Ciacci Piccolomini e di La Sala sono stati presentati poche settimane fa a Milano, al Vun dell’Hotel Park Hyatt, sotto l’egida di Luca Gardini, noto e vulcanico sommelier. In particolare Gardini era presente alla degustazione di Ciacci Piccolomini, perciò ne riportiamo le impressioni.
Le bottiglie in produzione sono circa 250mila, ma una parte riguarda la Doc Montecucco, interessante, ma meno pregiata della più nota Montalcino. Che inizia con due vini della travagliata annata 2014, il Rosso e il cru Rosso Rossofonte. Già notevoli in assoluto, ancor più meritori, tenendo conto del millesimo. Lasciamo scatenare Gardini, che parla, per il Rosso normale, di “note di lampone giallo, di rosa, di florealità, pulizia, spezie pulite; acidità e tannino come punti di forza in bocca, sentori citrini e sapidi”, azzardando un abbinamento con zuppe di pesce. Il cru Rossofonte 2014, da una vigna più vecchia, è un’alternarsi di note acide e dolci, floreale, “polveroso”, quasi balsamico. In bocca, compatto, denso, tannino più croccante della versione normale (ammandorlato). Ben fatto, senza note vegetali (ma qualcuna chi scrive l’ha avvertita…). Brunello 2011: secondo Gardini, “annata dell’immediatezza”, dà il meglio di sé nei primi anni di maturazione. Pesca gialla “col pelo” (!), spezie dolci e piccanti: zenzero. Pulito e verticale. Brunello Vigna di Pianrosso Riserva S. Caterina d’oro 2010. Gran vino, perfetta sintesi del terroir e dell’annata, che ha portato piogge giuste ed escursioni termiche perfette. Pulito, elegante, note di visciola e freschezza donata dai sentori di alloro ed eucalipto; iodio.  Grande espressività. Come esempio di un’annata “vecchia”, ma soprattutto calda (ondate di calore, il peggio), si degusta il Brunello Vigna di Pianrosso 1999. Qui risaltano sia le note empireumatiche (caffè torrefatto), che il cacao, e poi olive in salamoia, salinità. L’annata calda omogeinizza il tannino in anticipo, sostiene Gardini, che non è fiancheggiato dall’acidità.

Gracciano della Seta. La famiglia Svetoni, autoctona di Montepulciano, possedeva la tenuta di Gracciano fin dai primi anni dell’Ottocento, compresa la villa con giardino all’italiana. 400 ettari e 22 poderi in regime di mezzadria, che producevano uva, vino e altri prodotti agricoli. Il Nobile delle cantine Svetoni vinse un premio alla Fiera di Torino già nel 1864 e sussistono tuttora nelle vecchie cantine della villa bottiglie di annate storiche. Per via ereditaria la proprietà è passata nel Novecento a Giorgio della Seta Ferrari Corbelli Greco e ai suoi tre figli Marco, Vannozza e Galdina. I vigneti sono stati rinnovati (oggi 20 ha su 70 totali), alla cantina storica che ospita le botti per la maturazione dei vini (grandi, da 25-50 hl, e tonneaux, da 500 litri) se ne è affiancata nel 2013 un’altra per la vinificazione. Mattoni all’esterno, tecnologie di ultima generazione all’interno, con i vinificatori in acciaio da 50 a 120 hl, con dispositivi per il rimontaggio e la follatura, pompe peristaltiche (pompe pulsanti a rulli), presse pneumatiche…
I vini di Montepulciano, come è noto, sono fatti con le uve prugnolo gentile (denominazione del sangiovese, in zona), eventualmente canaiolo nero, malvasia del Chianti e, fino al 10-20%, altri vitigni ammessi in provincia di Siena. I Della Seta utilizzano solo prugnolo e merlot, coltivati su suoli limosi-argillosi a 300-350 m. s.l.m, anche con vigneti risalenti al 1970, e rese fra i 30 e i 40 hl per ettaro. Distinguono quattro cru, Casale, Maramai, Rovisci, Torraia, ma non producono i vini da un solo appezzamento. Dal 2015 l’azienda è in conversione biologica e utilizza in gran parte prodotti a base di rame e zolfo per combattere i parassiti, evitando da tempo le concimazioni e intervenendo semmai con trasemine di leguminose. La zona ventilata favorisce la sanità delle uve. La raccolta è manuale e i grappoli vengono posati su carrelli vibranti con piano inclinabile che li porta nella diraspatrice. Le bottiglie prodotte sono circa 100mila in totale, divise fra un Rosso, due Nobile e un Rosato Toscana Igt. Il Rosso di Montepulciano (30mila bottiglie) nasce dai cru di Casale e Maramai, da 90% di prugnolo gentile e un 10% di merlot; fermenta e macera in acciaio con lieviti indigeni. Se ne producono circa 30mila bottiglie. Al naso ha il classico profumo di frutti rossi, in bocca risulta secco e un po’ tannico, ma setoso. Il Vino Nobile (40mila bottiglie) nasce nei cru di Rovisci, Maramai e Toraia, sempre da prugnolo gentile e 10% di merlot e subisce due tipi di maturazione: il 40% in tonneau da 3,5 e 5 hl, il 60% in grandi botti da 25 hl, per 18 mesi. Il vino risulta evidentemente più complesso del Rosso, ai sentori di ciliegia si aggiungono la prugna, anche la viola, un accenno di spezie; in bocca è sapido, i tannini sono ben integrati grazie anche alla spalla giustamente acida, risulta equilibrato ed elegante. 

Chianti Classico, Montalcino e Montepulciano.

La Riserva del Nobile (6-7mila bottiglie) si avvale delle uve dei cru Maramai e Rovisci. La produzione per ha si abbassa  da 40 a 30 hl, i mesi di maturazione diventano 24, metà nei tonneau e metà nelle botti grandi. Si aggiunge un affinamento di almeno sei mesi in bottiglia. Il vino si fa più intenso e complesso, si aggiungono sentori più marcati di spezie, cuoio, equilibrio e sapidità in bocca, eleganza e lunghezza del sorso. Infine, nel Rosato Igt Toscana (100% prugnolo gentile, 4mila bottiglie), ottenuto per criomacerazione sulle bucce per 4-5 ore, s’intuiscono sentori e note fruttate, dalla ciliegia al lampone e anche, sottili, di rosa, una freschezza e sapidità adeguate. Peccato che al campione degustato facesse velo un leggero, ma evidente sentore di tappo…